Con la stagione venatoria prossima all’apertura si ripresenta lo spinoso problema del necessario contenimento delle specie cosiddette “opportuniste”, che rischiano di vanificare le operazioni di immissione della fauna selvatica di interesse venatorio sul territorio a gestione programmata della caccia.
Parliamo, per adoperare un linguaggio meno tecnico e più comprensibile, del contenimento numerico delle popolazioni di Volpe e Corvidi in genere che, non avendo la necessaria pressione da parte di predatori naturali, riescono a colonizzare indisturbati tutto il territorio regionale, alterandone i delicati equilibri faunistici.
Volpe, Cornacchia Grigia e Gazza (escludendo Corvo e Taccola, perché considerate ancora impropriamente per l’Italia specie protette dalla Direttiva Comunitaria) non fanno parte della tipica cultura venatoria e ben pochi sono gli esemplari abbattuti nel corso dei cinque mesi nei quali è strutturata la stagione di caccia. Per la Volpe le uniche operazioni di contenimento numerico della popolazione, oltre le battute autorizzate effettuate nel solo mese di gennaio da pochi cacciatori volonterosi nel territorio a caccia programmata, sono organizzate solo all’interno delle Zone Ripopolamento e Cattura previa autorizzazione dell’Amministrazione Provinciale. Pur considerando efficaci tali interventi di contenimento negli ambiti protetti in questione, riteniamo doveroso evidenziare che la necessaria riduzione del numero di Volpi provoca a nostro modesto avviso, se effettuata solo all’interno delle Z.R.C., due effetti contrapposti:
- il primo, positivo, è certamente quello di facilitare la riproduzione e lo sviluppo delle specie di interesse venatorio (Lepre e Fagiano) da immettere poi sul territorio libero;
- il secondo, potenzialmente negativo, è quello di abbassare sensibilmente le capacità di difesa biologica della stessa selvaggina dai predatori, ridotti a livello sostenibile nelle Z.R.C., ma presenti in gran numero nel territorio a gestione programmata della caccia.
Potremmo quindi azzardare tale ipotesi: la selvaggina prodotta all’interno delle Z.R.C. si troverebbe, una volta immessa sul territorio libero, a contrastare con poca efficacia gli attacchi di predazione, dato l’abbassamento dei livelli naturali di difesa acquisiti all’interno di ambiti protetti, dove i predatori sono contenuti al minimo. Il periodo quindi in cui la caccia è vietata e durante il quale si concentra la maggiore attività riproduttiva della selvaggina di interesse venatorio nel territorio libero, necessiterebbe di interventi di contenimento autorizzati dei predatori per eccellenza tramite abbattimento individuando, previo accurati censimenti e studi, le zone “sensibili” per elevato numero di presenze di Volpi e Corvidi e, tramite appositi corsi di preparazione, i cacciatori da abilitare. Particolare attenzione andrebbe quindi rivolta in prossimità dei siti dove maggiori e più facili sono le fonti di alimentazione per le specie opportuniste (discariche, allevamenti, oasi di protezione, le stesse aree perimetrali delle Z.R.C., tanto per citare alcuni esempi), per ricondurre le popolazioni di Volpi e Corvidi a limiti accettabili e sostenibili. La Libera Caccia intende quindi farsi portavoce di tale richiesta presso le Amministrazioni Provinciali, chiedendo alle stesse di intraprendere tutte quelle iniziative atte a realizzare gli interventi citati nel periodo vietato all’attività venatoria, previa autorizzazione degli Organismi competenti preposti e con la totale collaborazione del mondo venatorio.
Stefano Tacconi
Segreteria Prov.le A.N.L.C. Perugia
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